mercoledì 9 ottobre 2013

50 anni dall'olocausto del Vajont


9 ottobre 1963. In una gola sperduta tra Veneto e Friuli crolla il monte Toc, innescando un'onda di 50 milioni di metri cubi che supera la diga del Vajont, sale in cielo, oltre 200 metri, scende, e distrugge tutto quello che trova, a valle. L'energia prodotta è doppia, rispetto a quella generata dalla bomba di Hiroshima. Ricordiamo quei 2mila morti pubblicando l'introduzione del libro "Sulla pelle viva", scritto da Tina Merlin, la giornalista dell'Unità che, prima, unica ed inascoltata, ha denunciato i pericoli di quella opera.

Vi sono due lingue in alto e in basso
e due misure per misurare,
e chi ha viso umano
più non si riconosce.
Ma chi è in basso, in basso è costretto
perchè chi è in alto, in alto rimanga.

- - - Bertolt Brecht - - -

Resterà un monumento a vergogna perenne della scienza e della politica. Un connubio che legava strettissimamente, vent'anni fa, quasi tutti gli accademici illustri al potere economico, in questo caso al monopolio elettrico SADE. Che a sua volta si serviva del potere politico, in questo caso tutto democristiano, per realizzare grandi imprese a scopo di pubblica utilità - si fa per dire - dalle quali ricavava o avrebbe ricavato enormi profitti. In compenso il potere politico era al sicuro sostenuto e foraggiato da coloro ai quali si prostituiva. La regola era - ed è ancora - come in tutti gli affari vantaggiosi, quella dello scambio.

Il monumento si chiama Erto.
Anzi, Erto e Casso. Due agglomerati di sassi e terra che formano un Comune. Distanti l'uno dall'altro qualche chilometro, costruiti in cima a costoni di vecchie frane cadute forse millenni fa e sulle quali uomini scampati da pesti o persecuzioni, o forse fermatisi dopo lunghe peregrinazioni ed esodi, hanno dato inizio alla comunità ertocassana.

L'ondata terribile, provocata dalla frana del Toc che il 9 ottobre 1963 fece impazzire le acque del lago artificiale, dividendole con furore, sbatacchiandole da una sponda all'altra, facendole tracimare dalla più grande diga del mondo, schiantandole su Longarone e polverizzando il paese, ha appena lambito Casso. Ha risucchiato alcune frazioni di Erto, altre case sparse. Ha sepolto case e stalle poste sotto la montagna crollata. Ma Erto è rimasto in piedi, un po' traballante, le case fessurate dalla sferza dell'acqua. È rimasto su, contro tutte le previsioni. Sono questi due paesi morti il monumento al Vajont. Nessun'altra stele o lapide potrà rendere con altrettanta raffigurazione la memoria del tremendo fatto la cui eco ha pervaso il mondo vent'anni fa lasciandolo stupefatto e incredulo, minando la fiducia popolare nella scienza, nella tecnica, nella politica.

La SADE, il monopolio che uccise, in fondo ci interessa poco: faceva i suoi affari come tutti gli imprenditori privati del mondo. Sapendo che li poteva impunemente fare, che glieli lasciavano fare. Era il burattinaio che tirava i fili e faceva muovere i burattini - scienziati e politici - come voleva. Il potere era la SADE, perchè il vero potere aveva abdicato.

Erto e Casso, paesi di sopravvissuti. Non Longarone, purtroppo paese di morti.
Vivi o morti, in fondo, è la stessa cosa di fronte al «fatto». Ma quassù, sul versante friulano del «grande Vajont», prima del disastro si è vissuta una «storia» che è mancata a Longarone. Una storia di popolo, ancora sconosciuta. Di lotte, ribellioni, partecipazione civile contro i potenti, le loro angherie, le loro leggi, la trasgressione delle leggi dello Stato, la licenza di uccidere, la difesa del diritto, la rivendicazione della giustizia. L'ltalia e il resto del mondo conoscono soprattutto la storia di Longarone, tragica e spietata, quella della notte tremenda. Non la storia che generò quella notte, la storia di prima: di Erto, della sua popolazione successivamente dispersa. Perchè la storia vera si è svolta quassù. Tra questi sassi e queste antiche frane. In questo paese ora semivuoto, con le sue case di pietra, i suoi vicoli stretti, la sua unica via principale che ospitava i pochi negozi e le numerose osterie, luogo socializzante, vivacissimo, di Erto. Da poco il municipio è stato trasferito nel nuovo paese, più a monte. Un edificio assurdo, senz'anima, che non ha niente in comune con l'ambiente attorno.

E non solo il municipio, ma la chiesa, la scuola. Nessuno ha detto niente, neanche gli ertani, contro i progetti. In fondo è stata già una fortuna che il paese incominciasse a venir su, in quota di sicurezza, vent'anni dopo. Quando metà della gente era già stata sradicata, incanalata verso altri luoghi o trapiantata di peso nella piana di Po.

C'è chi dice che è stato un bene andarsene. Cosa c'era da fare ormai a Erto e a Casso?
I pascoli migliori erano stati sommersi dall'acqua del bacino; i rimanenti, dalla frana. A Pordenone c'erano le fabbriche e finalmente un lavoro sicuro. Era una occasione per entrare nella «civiltà» dopo secoli di isolamento. Erto e Casso, soprattutto dopo lo choc della frana, potevano anche andare in malora. Chi, invece, non ha voluto andar via da Erto, ha sopportato nuovamente anni di umiliazioni da parte di uno Stato che ancora una volta non manteneva le sue promesse di ricostruire il paese.
Se la nuova Erto sta lentamente assumendo una fisionomia, se si è potuta ricostruire nella vallata, è merito di una resistenza tenace e di nuove aspre lotte che qui si sono svolte per non cancellare il paese, la sua storia, la sua cultura.

Ho un debito verso gli ertani: raccontare la loro storia. Oggi, dopo vent'anni in cui l'Italia e gli italiani sono stati offesi, umiliati, tiranneggiati, uccisi in mille altre maniere, forse questa storia sembrerà una delle tante «casualmente» accadute. Forse più «pulita» di quelle che accadono oggi. Ma non è così. Assomiglia molto a quelle di oggi. È contrassegnata dallo stesso marchio: il potere.
E dall'uso che ne fanno le classi politiche e sociali che lo detengono.